martedì 4 febbraio 2014

3 is the magic number!

Cari assidui seppur esigui (ma esimi) lettori di questo blog, lasciatemi citare lo slogan di una nota marca di telefonia per annunciarvi, con sommo gaudio, l'arrivo delle mie impressioni su tre (E DICO TRE!) recenti letture (ok, la smetto)!

NUMBER 1

Titolo: Frankenstein, or The modern Prometheus
Autore: Mary Shelley
Pagine: 202
Editore: Collins Classics

Orbene. Credo che il soggetto non abbia bisogno di introduzioni: ce l'hanno proposto, cinematograficamente e televisivamente parlando, in ogni salsa e con ogni condimento. Ciò che mi preme segnalare a proposito di tale opera è innanzitutto l'autrice: Mary Shelley, figlia della nota femminista Mary Wollstonecraft e moglie dell'altrettanto famoso poeta Percy Bysshe  Shelley, scrisse questo romanzo a seguito delle impressioni suscitatele da un viaggio a seguito del consorte, nell'Europa continentale di lingua tedesca (fonte: l'introduzione al volume); ciò che mi ha colpito della lettura è l'insolita matrice etica di quest'opera, che credevo (colpevole l'immagine pubblica che ne è stata data) niente più che un divertissement sui fili dell'horror: invece, anticipando di qualche decennio Oscar Wilde, Mary riesce a ficcare la morale in una storia gothic; fino a che punto la scienza può spingersi, si chiede, e vale la pena scapicollarsi per raggiungere una conoscenza di nessuna immediata utilità per il genere umano, e che anzi, a ben vedere, può anche rivelarglisi deleteria? Secondo me, Mary Shelley era "molto avanti", per la sua epoca; le sue domande sono di un'attualità sorprendente, in un'era come la nostra in bilico tra abortisti e antiabortisti, sostenitori della fecondazione in vitro e non, clonazionisti e non... 
(Vi consiglio di leggerlo in lingua originale: è abbordabile anche dai non-pratici).

NUMBER 2

Titolo: Diciannove minuti
Autore: Jodi Picoult
Pagine: 616
Editore: TEA

Jodi Picoult è autrice di un altro importante romanzo contemporaneo, "La custode di mia sorella", da cui è stato tratto anche un film. Entrambi i romanzi parlano di adolescenti e di etica (aridaje!); quello che recensisco, però, esula da temi medico-scientifici ed esplora il complicato mondo degli adolescenti. 6 marzo 2007: a Sterling, New Hampshire, un noioso paesino negli Stati Uniti d'America, un giovane, Peter Houghton, entra armato a scuola e nell'arco di diciannove minuti fa una strage. Niente di nuovo sotto il sole, mi direte; chi, come me, ha visionato il docu-film "Bowling a Columbine" di Michael Moore o anche il film "Elephant" di Gus Van Sant, o chiunque abbia una conoscenza minima della politica economica degli USA ("vendiamo la qualunque, l'importante è fare soldi") o guardi saltuariamente un telegiornale sa benissimo che episodi del genere sono all'ordine del giorno della ridente (mica tanto) America del Nord. Eppure, non aspettatevi il solito polpettone-inchiesta frammisto di etica: questo libro non entra nel merito della diffusione delle armi negli Stati Uniti, piuttosto tratta dell'incomunicabilità tra genitori e figli, tra genitori , tra adolescenti, e financo  tra il se stesso pubblico e il se stesso privato, tra l'uno, il nessuno e il centomila, direi, parafrasando Pirandello. Una lettura che mi ha piacevolmente stupito. Consigliatissima.

NUMBER 3

Titolo: Middlesex
Autore: Jeffrey Eugenides
Pagine: 602
Editore: Oscar Mondadori

Mesdames e messieurs, siete al cospetto del Premio Pulitzer 2003. Ora, io non sono una strenua sostenitrice dei premiati letterari (devo dire che questa avversione mi viene più che altro da un'assoluta sfiducia in alcuni discutibili organi che persistono ad assegnare premi a personaggi ugualmente discutibili - non mi riferisco solo all'ambito letterario, vedi "Premio Bancarella", ma anche al Nobel per la pace - come si fa ad assegnarlo a Obama e all'Unione Europea, suvvia?!), però devo ammettere che ho letto "consapevolmente" (nel senso che sapevo che lo fossero prima di cominciare a farlo) due Premi Pulitzer, ed entrambi si sono rivelati due piccoli gioielli. 
Middlesex è la storia di Calliope/Callie/Cal Stephanides, umano prodotto americano di umani produttori turco-greci; ci condurrà a ritroso nella storia della sua famiglia onde rivelarci l'origine della sua anomalia genetica: Calliope è infatti un ermafrodito. Come giungerà alla consapevolezza della sua condizione, come l'affronteranno i parenti, gli amici, i partners, eccetera? Io lo so già, ma voi...lo scoprirete solo leggendo.
Da dieci e lode. Tenero senza essere melenso, diretto senza essere troppo fragoroso. Provare per credere.

Goodbye, amigos. Alla prossima!

giovedì 2 gennaio 2014

"Lo Hobbit" di J.R.R. Tolkien

Titolo: Lo Hobbit
Autore: John Ronald Reuel Tolkien
Pagine: 410
Editore: Bompiani

Ogni promessa è debito, e col nuovo anno eccomi di ritorno con nuove recensioni!
Complice l'uscita al cinema del secondo capitolo della saga jacksoniana ispirata a questo libro, ho pensato bene di farmelo regalare a Natale, in modo da approcciarmi con occhio critico al film.
Ebbene, chi ha visto il film e si aspetta di ritrovare, nel libro, le stesse atmosfere dark-gothic-guerresche, rimarrà deluso: in "Lo Hobbit" l'atmosfera è meno cupa, il filo del racconto meno teso tra gli estremi bene-male; "Lo Hobbit" è un libro per bambini, e in conseguenza di ciò i personaggi sono caratterizzati in maniera più soft, Baggins sente meno il peso delle responsabilità gravare sulle sue spalle, Gandalf è un po' più "sempliciotto" (come gli orchi, del resto), e...mi dispiace, non mi risultano elfi biondi dagli occhi azzurri che incoccano le loro frecce mentre volteggiano e saltellano di tetto in tetto e di staccionata in staccionata (anche se ammetto che, nel film, Legolas & Co. hanno un loro modesto perché).
Fatta questa premessa, ho ben poco da aggiungere: Tolkien sapeva il fatto suo. Il racconto è di quelli scritti apposta per far sognare, pensati per stimolare la fantasia dell'infante lettore e portarlo verso lande sconosciute, dove a fargli da cicerone avrà tutta una serie di personaggi bizzarri, diversi, curiosi e coraggiosi quanto basta, ma anche sopraffatti dalle loro smanie e dalle loro debolezze (vedi Thorin Scudodiquercia o il "governatore"); e sono proprio queste ultime caratteristiche a rendere il racconto "reale": si scrive di nani, elfi, hobbit, draghi e stregoni, ma si parla dell'uomo; è per questo che credo che "Lo Hobbit" sia un testo da proporre ai bambini, e che mi cruccio al pensiero di averlo scoperto solo alla veneranda età di 23 anni. 

Un'altra mia immensa fonte di vergogna risiede nel fatto di non aver ancora letto Il Signore degli Anelli... ma, tra i buoni propositi per il 2014, c'è anche questa "breve" lettura, completata la quale potrò finalmente formarmi un'opinione completa di questo grande autore del secolo scorso!

A chiudere questa (veramente) breve, brevissima recensione (perdonatemi, ma cosa si può dire di un genio come Tolkien?!), un consiglio: andate al cinema a vedere il film; merita!

Alla prossima! ;)