Autore: Jonathan Coe
Pagine: 576
Editore: Feltrinelli
Jonathan Coe è la MIA scoperta letteraria dell'anno: tutt'altro che esordiente, è volato fino al "top of the hill" dei miei autori preferiti solo quest'estate, quando, memore dell'impressione positiva procuratami un anno fa da "La casa del sonno", ho deciso di cimentarmi prima con "La famiglia Winshaw" e poi con "La banda dei brocchi", per l'appunto. Ed ho scoperto uno scrittore che non mi sarei mai aspettata. Sì, è vero, ne "La casa del sonno" l'autore dimostra già una spiccata sensibilità per i temi sociali, che tuttavia resta confinata nella sfera privata, individuale, intima dei personaggi: oserei dire che, in quel caso, mi sono trovata di fronte ad un romanzo di tipo "freudiano"; non così nel caso de "La famiglia Winshaw" e de "La banda dei brocchi", ove la passione sociale viene...socializzata. Come a dire: sì, siamo individui unici ed irripetibili, isolati, persi e un po' bizzarri (come un po' tutti gli scrittori, e non a caso i personaggi principali di entrambi i romanzi svolgono questo stesso mestiere), ma viviamo in un mondo molteplice, variegato, ridondante e contraddittorio, e non possiamo permetterci di farcelo soffiare da sotto il naso o far finta di niente mentre ce lo portano via e ci disperdono in un limbo impalpabile in cui non percepiamo alcuna appartenenza; ed è proprio a questo punto che entra in gioco lei, quella parolina magica a cui ho legato il mio studio e i miei ideali, che diventa un parolone per coloro che si reputano troppo "inetti" per capirne veramente qualcosa e una parola vacua per coloro che la ricollegano a meri giochi di palazzo: la P O L I T I C A. Ma niente paura: essa fa solo da sfondo alle storie di Coe; certo, si dimostra un po' "penetrante" per essere "solo" uno sfondo, ma le vicende dei personaggi non ne sono completamente assorbite, col risultato che c'è sempre posto per un ritaglio intimo e un'incursione spassionata nella vita privata degli "attori".
Tornando a "La banda dei brocchi", occorre anzitutto elogiarne il valore di "ricettacolo culturale": tanti sono, infatti, i riferimenti a musicisti, architetti, personalità politiche ed eventi storici, e a luoghi, per la maggior parte legati al territorio di Birmingham (ma non solo), che finiscono per fare "da sfondo" allo sfondo di cui sopra; utilissima si è rivelata la "nota dell'autore" a fine volume, con l'elenco delle fonti a cui riferirsi per maggiori informazioni. La storia: è Sophie, la figlia della sfortunata Lois, a raccontare a Patrick, il figlio dello sfigato (del "brocco") Philip, la storia di suo zio Benjamin, lo scrittore, e dei suoi compagni sfigati (da cui la "banda dei brocchi", "The Rotters' Club", titolo di un album degli Hatfield and the North di cui sotto troverete il link), che frequentano tutti l'esclusiva King William, l'"accademia per damerini" che "preleva giovani intelligenti dal loro background ordinario e li fa atterrare in una classe sociale diversa da quella d'origine" [v. quarta di copertina], sul finire degli anni '70. Ed ecco lo sfondo: lotte sindacali, scioperi, cariche della polizia, razzismo, e l'incipiente conservatorismo neoliberista di Margareth Thatcher che bussa alle porte; a far da colonna sonora, il punk dei Pistols, che come un uragano travolge e dissesta un sottobosco musicale dominato dal progressive rock, e spazza via i "sogni sinfonici" di Benjamin e Philip. Ma ci sarebbe così tanto da raccontare, che mi fermo qui. Ultimo appunto: bello il tentativo di "flusso di coscienza" nell'ultimo capitolo.
Ve lo consiglio? SI'!
Io, nel frattempo, vedrò di procurarmi il "sequel" ("Il circolo chiuso") e aspetterò con trepidazione il 28 di agosto per far mia l'ultima fatica di Jonathan Coe: "Expo 58". Stay tuned!
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